Navigazione


RSS: Articoli



Scienza, scientismo e coscienza.

01-29-2011 @ 08:08,Filosofia,Giancarlo,

Volevo riservarmi questo argomento alla terza parte di "Goedel e l'incompletezza di Dio", ma l'argomento sta diventando attuale e non c'è niente di male ad anticiparlo un po' per poi riprenderlo più approfonditamente in seguito.

Lo splendido monologo di Paolini sull'origine dello sterminio organizzato dal partito Nazista ha disegnato con estrema precisione l'escalation di lucida follia che è culminato nella costituzione della "acktion T4", esperimento su vasta scala per la realizzazione dei campi di sterminio.

L'incrocio di una semplicistica interpretazione delle teorie darwiniane, formalizzate nella c.d. "disciplina" dell'eugenetica da un lato, ed il totalitarismo nazista dall'altro sono state concause di quanto avvenne durante la seconda guerra mondiale. È importante sottolineare che le teorie eugenetiche avevano già impattato profondamente in paesi che noi riterremmo oggi civili (Svezia, Stati Uniti, Svizzera e molti altri...): vi si praticavano sterilizzazioni in massa affinché non si "propagassero" i caratteri ereditari considerati indesiderabili (250.000 solo negli Stati Uniti).

Paolini conclude che è ovvio che la "scienza" non sia "coscienza", e che non solo non debba, ma neanche possa suggerire insegnamenti morali. Gli esempi del passato recente sono tutti a favore di questa tesi; ogni volta che ci si è rivolti alla scienza per ottenerne una guida morale, o almeno come base dell'organizzazione sociale, i risultati sono stati deludenti, nella migliore delle ipotesi, ma più spesso semplicemente agghiaccianti.

Eppure, ancora oggi il dibattito continua, ed è un dibattito a tre voci: quella scientifica, quella politica e quella religiosa.

Non so voi, ma io rimango sempre turbato quando sento parlare qualcuno che vuole decidere cosa è meglio per me, ed ho buoni motivi per non fidarmi di nessuna di queste tre voci.

Segue...

Goedel e l'incompletezza di Dio (pt.2)

12-12-2009 @ 17:08,Filosofia,Giancarlo,

In questa parte, tratteremo l'origine della "scienza della complessità" e delle sue caratteristiche fondamentali, di come proceda e di come si differenzi dalla scienza assiomatica.

Eravamo rimasti all'introduzione della meccanica quantistica, che per prima, propone l'idea che esistano grandezze non conoscibili non tanto per la difficoltà di essere misurate, o per l'inadeguatezza dei mezzi sperimentali di misurazione; insomma, non per una limitatezza dei nostri strumenti. Esistono grandezze non conoscibili poiché esse non hanno senso. Non esistono nella realtà fisica.

In particolare, il principio di indeterminazione stabilisce che è impossibile conoscere con precisione contemporaneamente il valore di due variabili correlate che definiscono l'esistenza fisica di un quanto: la sua posizione ed il suo vettore di direzione. Inoltre, queste due grandezze, seppur conosciute, sono espresse in termini di probabilità, e non in termini di misura puntuale.

Fino ad Einstein, incluso, vale la teoria "atomistica" di origine greca, di cui abbiamo parlato nella prima parte: dividendo la materia in parti sempre più piccole, si arriverà a un punto in cui non è più possibile dividere oltre, e quello è l'a-tomos filosofico. Con la meccanica quantistica, la natura della materia elementare cambia radicalmente. Possiamo arrivare fino ad analizzare un punto infinitamente piccolo dello spazio, un non-atomo la cui dimensione è un così detto epsilon piccolo a piacere. E la cosa stupefacente è che la meccanica quantistica ci informa che in questo spazio infinitamente piccolo c'è esattamente niente, o meglio, una probabilità infinitamente piccola di esistenza.

Se allarghiamo lo spazio di cui vogliamo sapere qualcosa, ecco che aumentano le probabilità di esistenza. Se lo spazio preso in considerazione è abbastanza ampio, la probabilità che una particella elementare vi si trovi all'interno è molto vicina alla certezza... senza mai esserlo; a meno che spazio considerato sia l'intero universo.

E la stessa cosa vale per il tempo. Se noi potessimo avere una macchina fotografica quantistica, e scattassimo un'immagine ferma nel tempo, in un preciso istante di tempo lungo epsilon piccolo a piacere, vedremmo il nulla, o meglio una probabilità di esistenza infinitamente piccola. Estendendo il tempo di osservazione, aumenta la probabilità di verificare un'esistenza, fino ad avere un valore vicino alla certezza quando il tempo è infinito. La certezza di esistenza si ha solo con un tempo infinito: un'eternità. Torneremo su questo punto nella terza parte.



Segue...

Crocifissi

11-08-2009 @ 05:58,Filosofia,Giancarlo,

Come mi sono antipatici quelli che confondono i principi con i mezzi, e i mezzi con i fini!

I crocifissi non sono un valore. Sono due pezzi di legno incastrati perpendicolarmente. Al limite, possono rappresentare uno o più valori, e sono i valori quel che conta, non la loro rappresentazione. Per trasmettere un valore, esiste un solo modo: condividerlo nei fatti, e con le proprie azioni.

Ma mi sono molto più antipatici quelli che monopolizzano i principi. Come se principi universali e fondanti l'animo umano da molto più tempo della comparsa delle prime religioni fossero in realtà commerciabili dai mercanti che vestono la toga in un qualche tempio.

Come se esistesse un solo tipo d'amore, e che l'unico amore legale fosse quello sancito per delibera papale.

Che i crocifissi stiano in Chiesa, giacché i nostri principi vanno ben al di là e oltre la semplice rappresentazione di un segno di parte.

Goedel e l'incompletezza di Dio

09-06-2009 @ 16:59,Filosofia,Giancarlo,

Prima parte...

Scienza, matematica, filosofia e teologia sono andate a braccetto per lungo tempo nel tentare di dimostrare l'esistenza, la necessità e l'ineliminabilità di un concetto di "causa prima"; per alcuni, di un Dio, per altri, di un Entità cosmologica, per altri, di un semplice Princìpio, per altri ancora di una immensa esplosione. Ma oggi esistono strumenti logici, matematici e fisici, se non filosofici, più completi e raffinati, che ci permettono di superare questa frontiera ultima del precedente pensiero razionale.

Fin da Platone, o meglio, fin da Democrito e da Leucippo, il pensiero occidentale si è basato sulla potentissima astrazione analitica di causa-effetto, tanto da definire lo stesso concetto di razionalità come l'analisi di cause certe e di effetti che inesorabilmente discendono da certe cause. Magia è credere che agitando una zampa di gallina gli spiriti maligni fuggano, e con essi, le malattie; razionalità è cercare una causa alla malattia nell'aria, negli insetti, nei cibi, e alla fine capire come funziona il corpo, ed il suo sistema immunitario.

Questo modo di pensare, di analizzare il reale, è terribilmente potente, anche perché, casualmente, coincide con uno degli aspetti funzionali della realtà: le cose accadono perché fatte accadere da una causa. I corpi mantengono il loro stato di quiete o di moto fino a ché forze applicate su di essi non ne alterano lo stato, e mantengono il loro calore finché non lo scambiano con altri corpi. E' così potente che persino il pensiero magico finisce per essere, se non razionale, almeno logico; se agitando la zampa di gallina gli spiriti maligni fuggono, allora andranno da qualche altra parte, e se vanno da qualche altra parte bisognerà proteggersi... (questa nota non è gratuita. Ci servirà più avanti.)

Il pensiero razionale non è solo terribilmente potente nell'analizzare il reale, ma è anche estremamente efficace nel trovare soluzioni concrete a problemi concreti. Se ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, spingendo aria ad alta velocità in una direzione si potrà far avanzare un mezzo locomotore in direzione opposta. Agitare una zampa di gallina per ordinare a uno spirito di portarci in qualche luogo è sicuramente meno efficace che non costruire un aereo a reazione.

Ma il pensiero razionale di stampo "occidentale", ossia, che origina dalla filosofia greca e si evolve fino ai giorni nostri, per quanto potente efficace, ha un difetto ineliminabile, del quale si accorgono fin da subito i filosofi che ho citato: è "locale". Dato un effetto, ci permette di studiare le possibili cause, data una causa, ci permette di di studiare i possibili effetti, e così via fin dove vogliamo o possiamo arrivare.

E' affascinante notare come Democrito e Platone, usando lo stesso pensiero razionale, arrivino a conclusioni opposte, o meglio, si spingano in direzioni opposte. Democrito, (o meglio, la scuola a cui appartiene), scendendo nelle "cause" della materia, si spinge fino a teorizzare la "causa prima" nell'infinitamente piccolo, ossia, l' "atomo", l'elemento indivisibile e ultimo, che per "caso" o, secondo Democrito, per "necessità" si aggrega a formare la materia visibile. Platone si spinge verso l'alto e l'immenso, arrivando a concepire un motore universale, un Cosmo che è fonte e origine di tutto. Le conclusioni metafisiche a cui arrivano le due scuole sono ben diverse, ma il processo logico e gli strumenti razionali messi in campo da entrambe sono gli stessi.

Facciamo un bel salto fino ad arrivare ai primi anni del secolo scorso. Il salto è notevole (2300 anni), ma non lo è così tanto se si pensa che i testi di Democrito assomigliano davvero tanto ai trattati di fisica dell'800, e che quando si parla di "meccanica classica", ancora oggi, si fa riferimento a una fisica che affonda le sue radici in quella filosofia.

In questi 2300 anni di pensiero razionalista, poco è cambiato sia nella forma di pensiero che negli strumenti a disposizione per indagare la realtà. La matematica ha introdotto un linguaggio formale per esprimere il pensiero razionale, e gli altri rami della scienza nata, come la intendiamo oggi, dalla formalizzazione epiestemologica di Galileo, hanno permesso l'espansione del sapere "certo" ad altre aree della conoscenza. Oltre a questi strumenti, si è potuto contare di recente sull'applicazione di alcuni concetti matematici a processi iterativi, detti algoritmi, conosciuti in matematica e già formalizzati dagli Arabi, applicati al calcolo teorico da Charles Babbage e da Ada Lovelace già agli inizi dell'800, e formalizzati da Von Neumann, padre della moderna informatica, negli anni trenta del secolo scorso.

Ma nulla di tutto questo ha consentito di superare il limite ultimo del pensiero razionale classico, che consiste necessariamente nel partire da un punto iniziale e terminare necessariamente in un punto finale. Almeno fino ad un tempo molto, molto recente, ed ad una forma di pensiero, razionale ma induttivo-analogico, e non deduttivo-normativo, che in pochi ancora conoscono. E che va genericamente sotto il nome di scienza della complessità.



Segue...

Pensiero del mattino

01-25-2009 @ 01:21,Filosofia,Giancarlo,

Nel dormiveglia ho pensato:

Gran cosa è un
princìpio, a meno che non
diventi fine



Rieccomi...

06-28-2008 @ 07:42,Filosofia,Giancarlo,

A causa di impegni pesantissimi di lavoro ho lasciato indietro sia il blogging italiano che il mio progetto del "piccolo manuale" troppo a lungo.

Ricomincio con una splendida frase tratta sempre da Aruki Henro (il pellegrino in cammino) di Tatzuo Kazuno, che cita un sacerdote Zen di nome Genpou Yamamoto, che così ammonì il primo ministro dell'era bellica Kantarou Suzuki:

力で立つものは力で滅びる。金で立つものは金で滅びる。徳で立つものは永遠だ。

Ciò che è eretto con la forza, con la forza si abbatte. Ciò che è eretto col denaro, col denaro si abbatte. Ciò che è eretto con la virtù è eterno.